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L A
E RI Z I A
TRAGEDIA NUOVA
DEL CONTE
STEFAlSiO CAPI.I
Dedicata alU Signori
De VOLTAIRE, e ROUSSEAU.
IN VENEZIA , MDCCLXV.
Con Lken‘:^a de Superiori.
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MIEI SOCJ.
IO pure ho premuti t fajfi delle Città pic^
cole ^ delle mediocri^ e delle principali
del Mondo. Sojìenni gelojì^ ed importanti Im-
pieghi . Fui utile alle Società . Fion ebbi mal
rimorfo alcuno delle mie direTnoni .^perchè pro-
venienti da ragionevoli principi . Efaminai lo
flato di qualunque condizione di perfona^ e le
fue relazioni . In ogni luogo vi trovai ana-
logia., e uniformità. Perchè gli effetti del mio
penfare non viddi mai corrifpondenti a quelli
che fucle in oggi produrre l' umana Società i
fui corretto d' intraprender quella rifai uz^one ^
cui qualunque Saggio fi determina .
Eccomi addunque anelo io
Nel mezzo del cammin di noflra vita
annoverato fra i Solitari . E' vero che tale
fato ripugna alle Dedicatorie : ma ferivo a
Voi la prefente perché mi conf doriate uno de
vofrl Soci ‘ e per ajftcurarvì del compiacimen-
to mio per gli effetti che traggo dal fempU-
ce, e naturai modo di vivere. Voi foli avete
il gran merito , che col mezzo della Ra-
gione fquarciafìe il fntalijfmo velo , In-
ternandovi nelle piu recondite leggi della
Natura^ fcuoprife l' effer., e l/i vera coflitu-
ffione deir Uomo . La eterna ^ e fomma cagìo-
A 2 ne
7te delle cofe- deve ejfer In tutù gli Enti fem^
pre eguale^ e cofìante . Se nella fpe':i:;ie urna--
ria vi Jì fcorge volubilità , incojìan'ga ^ ed aU
tera'^Qne y cib proviene , perchè dai motivi
della Società /’ Uomo Jì rijolve ne’ fuoi giudù
cj : per il che jatfìlijfime conjcguen'ze deve
qualunque Stato jocievole necejfariamente prO’‘
durre . Sicché Je la Società come figlia dell’ c-
pinione , e della pajfione altro non è che uno
Saio di guerra: la Solitudine come figlia deU
la Natura , e della Ragione ejfierlo dovrà di
pace. Che tale fia Voi cogl’ immortali vofiri
fcritti n’ e fponejì e le più vive dimofìraTaonl
quali dal fatto ^ e dall' efperten"ga nofira ven-
gono chiaramente confermate .
Ho teffiuta la prefente "Tragedia in qualche
ora di ogit> ^^ti permettevano le mie occu-
pazioni . A Voi la indivi'tggp , perchè maggior-
mente mi crediate'
Da Capo d’ IJì ria ai 2p. di Maggio 17 6
Vojlro Fedelìfifimo Socio
Stefano Carli,
SIg, Conte Stliììatiffimo t
Le fono infinitamente obbligato della gentilez-
za ufatami nel volere , eh’ io fia il primo d’
©ani altro a leogere la fua Erizia . L’ ho letta
O ^ Do
•non folo una volta* ma due con molto piacere.
L’orditura è regolata, e lo ftile adattatiffimo al
componimento . Sopra tutto mi parvero nuovi i
coflumi Turchefehi , da lei molto bene intefi , c
dipinti. Lo fcioglimento poi è uno de’ piu pie-
ni d’orrore, ch’io mi ricordi d’aver letti giam-
mai , In fomraa io non fo qual dubbio la riten.
ga dal pubblicarla. Noi abbiamo in Italia bifogno
di Tragedie piu che d’ogni altra compofizione .
Q_uefl:o fecolo nel fuo principio ne diede alquante
di buone, e appreffo gl’ingegni ceffarono affatto. Può
effere , che la Itia Erizia dalli qualche perfona a
gareggiare. Sicché non volendola ella pubblicare
per averne quella gloria, che merita , Io faccia al-
meno per far quello bene a’ noflri tempi . Oh
quanti nobili argomenti fomrainillrerebbe la Sto-
ria Veneziana , le foffero fcelti e trattati da in-
telletti Tuoi pari ! Intanto fuperi ogni fuo timo-
re, e dia la Tua Tragedia alla luce, eh’ io atten-
derò con impazienza il punto di poterla avere fra
le mani a mio volere, Iperando , che ognuno la
vedrà volentieri quanto io , che fono pieno di
vera flima, e affetto
Di lei Sig. Conte fiimatiffimo
Venezia i. Dicembre l’jéo.
Amico , e fervidor vero
Gafpavo ,
A 3 %.
"Sìg. Conte Stimatìjfimo .
ECco finalmente alla pubblica luce la mia T^a»
gedia . Quefta per varie combinagioni dovette
circa quattr anni Jlar in grembo dell' obbììo . Ma il
tempo vorace dijlruggitore delle umane cofe difgom-
brata quella fcrupolofa nebbia che non ardifce opporjì
irgli animi forti y ora trionfa allo fplendor della ragio~
ne» Pochi fon quelli che [appiano in che quefta confi
fla : uè è si facile un giuflo , c retto combinar d'i^
dee . La maggior parte degli Uomini già penfa rela-
tivamente al fenfo predominante^ e alla prevenzione
Ella prima degli altri legger la mia Erizja dove-
va ; perch' Ella più degli altri , non d' appajfionato
motivo di focietà , ma da naturale impulfo di ra-
gionevole difpofizjone fi determina nel giudicar delle
cofe . lo filmo ognuno , che pnffeggia fui monte [acro
alle Mufe : ma ammiro molto pih chi vi va per
ifcuoprir gli arcani , e /’ effen^a della Natura , che
non è per refpirar aura di Zefiro^ o a coglier fiori.
V aver io avuta la forte di fentirla ragionare fo-
pra qualunque fona di Poefia ; le immortali fue (9-
pere che fervir dovranno d' efempio agli Uomini di
fenno ^ e di difcernimento ; e le particolari qualità ^
di cui s' adorna il bell' animo fuo y fono argomenti
ben forti perchè pieno di fìima , e d' affetto mi di-
chiari
Da Capodifiria ai ip. di Maggio 1^6$.
Di Lei Sig. Conte flimatiffimo
Cordialifflmo Amico e fervìtore
Stefano Carli .
AR.
ARGOMENTO.
NEH’ anno Sultan Meemet Impe-
rator de’ Turchi fi trovava con grof-
fo Efercito nella Morea contro de’ Vene-
ziani . Paolo Erizzo era alla difefa della Cit-
ta di Calcide , la quale più volte dagl’ ini-
mici, che ne tentarono Taflalto, gloriofa-
mente fi difefe : Ma di guerra mancato o-
gni foccorfo, dovette mileramente foccom-
bere . L’ Erizzo caduto fchiavo, fu per co-
mando del Sultano fegato. Cadde fchiava
anche Anna fua figliuola [ a cui nella Tra-
gedia do il nome di Erizia ] giovinetta ,
di vago afpetto, e nubile. Il Gran Sultano
di quefta s invaghì : ma veggendola , ad
onta di varie fue lufmghe, fempre inflef-
fibile , ed aliena dal compiacerlo ; can-
giato r amore in odio , l’ inclinazione in
inimicizia , fvaginata la fciabla , in un
colpo l’ atterrò [ a ] .
Per dar maggior intreccio alla Trage-
dia , fi finge che in Calcide vi foffe an-
che un certo Lucio, il qual?lnna prender
doveffe per Ifpofo.
[ a ] Sagr. Memor. Star. dé‘ Monarch. Ottom. pag. 77.
Ediz. Veneta.
A4
PERSONE DELLA TRAGEDIA,
Erizia, Figlia di
Erizio , Rettor di Calc’de <»
Lucio , Spofo di Erizia .
Silvia , Amica di Erizia .
Euriso , Capitan di Guardia ^
Messo ,
Meemet, Gran Signor de* Turchi sé
IbraiM j Primo Vifir.
OsMAN, Capo de’ Spai.
Aisse* , Favorita del Gran Signore .
Fatima, vecchia Cuftode del Carèm^
La Scena fi rapprefenta in Cakide ,
m
AT-
»
9
ATTO PRIMO.
.SCENA PRIMA.
Eri^ia , e Silvia ,
Erix^. tutti i miei penfier, Silvia diletta,
^ Che funefti la mente mi ricerca
Svelare in quello giorno io ti poteffi •
Ai detti miei non prefterefli fede ;
E quindi avvien che quando il grave fonno
Improvvifo m’ affale , oppreffa , e vinta '
Dal gran dolor, che in fen l’alma m’ ingombra,
Mi fan Tempre fognar fantafmi , e orrori .
Sì con ragion la Madre, ahi cara Madre!
I miei German , gli altri Congiunti, e Amici,
Tutti tutti piangeano amaram.ente
Quel gran giorno fatale , in cui lafciai
II patrio tanto defiato lido,
Seguendo il genitor , l’amato Spofo
In quello ora cotanto afflitto fuolo .
Sin da quel dì , che agili tutte , e pronte
Sciolfer da l’ Adria , e dier le vele al ventò
Le noftre Navi , incominciar miei guai .
Nè ancor potei trovare alcun conforto ,
Che m’ alleViaffe in parte il mio dolore ,
Ch’ oltre ’l coftume oggi mi affanna , e opprime^
Silv, Io tutto , Erizia mia , io tutto intendo ;
E quella , che procacci io fo qual fia
A quelli tuoi martiri efca novella .
E’ vero , è ver , che a un rio farai periglio
Oggi il Trace crude! tutti ci efpone ,
Contro quelle venendo inclite Mura.
Ma
IO
Atto
Ma ti confola. Il gran valor de’noftri
Non teme no quell’ Ottomano orgoglio ,
Che da loro più volte e domo , e oppreflb
Vedefti in quelle terre, e in altre ancora.
A noi nulla ci manca : e sii Affediati
• • ® •
Ripulferanno con onor gli affalti .
rr/V. Ahi Silvia, Silvia! La natura, oh come!
Or debile mi fprona a le fue leggi .
Cofa non v’ è che più fottrar mi pofla
A quel , che sì m’ affligge , e me trill’ ange.
In quello giorno il mio turbato cuore
Troppo mi prefagifce un mal futuro.
Non più vedermi il Genitore accanto
Ora mi par: Nè le gradite Nozze
Stabilirfi con Lucio , il qual per Spofly
Il Ciel mi deflinò . Ma tra catene
Miferamente ambo mirarli avvìnti :
E pofcia il genitor , oh Dio ! che manco-
Solo in penfarci ; in facrificio efpollo
Barbara, e orrenda vittima fpietata
Piombare al fuol nel proprio fangue intrifo:
Ed io lafciata a l’ inimico in preda ,
Seguir del padre il lacrimevol fcempio.
Silv, Quel che nel fen pel genitor tu ferbi
E per lo Spofo tuo collante affetto
E* la fola cagion del gran timore.
Che in te rifveglia sì funefte idee .
Si fperi il ben : nè tua ragione ingombri
Alcun fuppofto incerto mal futuro .
Etìt^, Ah! che per me altro ben no, non vegg’io,
Che quel , che ritrovar polfo nel pianto .
Volle guidarmi in quella terra il Cielo
Per mio fatai , per mio cfudel dellino .
Silv. Quello ancor non puoi dir. Poiché non fai
Quan-
P R I M O .
II
Quanto felici, e lieti effer potranno
In Calcide i tuoi giorni . Eri^. Aimè! vorrei
Che tu diceflì il ver. Ma raro avviene,
Che non s’avveri quel, che il cor mi dice.
Silv, Orsù non vò che più nelduol t’immergi.
Lucio ti fgombri in quefto giorno 1’ alma
Da SI crudeli orrori* e fia l’oggetto
Di nuovi altri penfier . Lucio potrebbe
In gran parte addolcir gl’ alfanni miei .
Tu fai pur , eh’ ambo in Calcide venimmo
Perchè qui giunti appena i noftri voti
Preifo del Genitor folfer compiuti .
Silv, E’ vero , e quelli oggi efeguir fi denno .
Per te dunque adoprarmi ora vogl’ io ,
Come per me medefma oprar doveffi .
Tolto men vo da Erizio , e con tai fenfi
L’ efporrò il defir tuo , che ben ne fpero
Il mio parlar non fia già fatto indarno .
Eri^f Tutto nella tua fè, Silvia, ripongo.
Silv. Lafcia ogni cura a me, Er. Frattanto io vado
A pafeermi di fpeme , e di dolore
Là nelle ftanze mie,* ove ti priego
Sollecita portarne a me la nuova .
Addio , Silvia , ti lafcio . Silv, Erizia , addio ,
SCENA IL
Silviii .
A Hi ! quanto , e con ragione anch’io com-
Lo fiato miferabile infelice ( piango
Di quella del mio cor più cara Erizia .
Ella pur troppo i cafi avverfi , e rei,
Mercè un certo deftin, tutti prevede.
Io
il
Atto
Io che fin dalle falce ognor collante ,
Siccome indiflblubiJe catena
Fida ieal le fai , fincet'a amica ^
So che fempre le fu Icorta fedele
L’ alma ragion . Nè palìlone intana
Tentò quel chiaro, e bel raggio di lucé
Olfufcarle giammai . Se in oggi tanto
Senfibile fi moftra oltre ’l coftume ;
Tutto puote avvenir ciò, che prevede
In sì funefte circoftanze piene
D’ orrore, di fpavento , e di periglio*
Io che non ho gii oggetti fuoi prefenti
Di Spofo , e Genito!' ambo diletti ,
Che raddoppiar mi facciano il dolore ,
i fuoi gravi martir , quanto pois’ io,
Vò fcacciarle dal fen . Ond’ ora il piede
Da Erizio io vol^o a foddisfar 1’ imnegno *
Ma opportuno ei medefmo or qui fen viene,
SCENA IIP.
Evi'^o 5 con guardi ? , e Detta *
^Ilvia j cos’ è ? La figlia mia vederti?
Silv. L J Signor, noi fummo fin fra poco inlieme.
Ella faprà che pria che il Sol tramonti ,
Tutti faremo o vincitori, o vinti*
Silv. Ah ! sì , pur troppo il fa • e un freddo orrore
Tutte fi fente ricercar le vene*
E per le vaghe fue gote vermiglie ,
Dagli occhi ognor le gronda amaro il pianto.
Ma fra tante fue angofcie , e tanti affanni ,
Quello da Te 1’ afflitto cor defia.
Che può in parte temprare il fuo dolore.
Eri'^.
I
Primo.
Eri^. Io molto feci , io molto oprai per lei .
L’ effer non è di un vero Padre il folo
Aver de figli . E' quella una tal Legge ,
Che comun diè Natura anche alle fiere .
Ma amarli per ragion , e gloria , e onore
Imprimer nel cuor loro , e in tale fiato
Lafciarli di fortuna , e di virtude ,
Che morto ancor fia lor di efempio il Padre*
Quelli gli oggetti , e i dover nofiri fono ,
Sai che giammai la figlia mia lagnofli
Di me : Nè io mai motivo alcun le diedi.
Che 1’ alma le premefl’e amara doglia .
Troppo crudel farei fe in quello giorno
A’ luoi defiri opporre io mi volefii.
Elfer non può che giufia cola , e onefia
Quella ch’ella ricerca, e Tu m’impetri.
Parla , che vuol da me ? Silv. Prima che vada
A tuffarli nell’ onde il chiaro Sole ,
Vorrebbe unirfi al defiinato Spolo .
Eri'^. Quello è quel ch’i’defio. Va dunque, dille
Che lieta fi difponga a le fue Npzze •
Che or ora feguiran . Farommi intanto
Lucio chiamar , perchè le dia la mano.
Silv. Non frappongo dimora a sì gran nuova .
Ohi quanto or fia men greve il duol di Erizia,
SCENA IV.
Brillio y indi Lucio .
Erii^. y fia pronto il Sacerdote al Tempio,
Si accendano le faci , e 1’ aria tutta
Empian graditi fuoni , e fcielti fumi •
E di mia Figlia l’Immeneo fefieggi
Ivi
14
Atto
Ivi raccolta lieta Turba intanto:
Propizio il Cielo il facro patto adempia.
Ma prima a me fi chiami il prode Lucio, (a)
Se lungi dalla patria , e da’ parenti
Volli meco condurre in quella terra
Ambo gli Spofi , e defiai me ftefib
Seco loro trovarmi il dì folenne
Di quelle sì gradite , e care nozze j
Si compia al fine un sì comun defio.
Lue, Signor, che vuoi? ad ubbidir tuoi cenni
Eccomi pronto . Eri'^. E’ tempo , è tempo ornai
Ch’ora di me, Lucio diletto e caro,
Odi la voce , e che il tuo cor componi
A udir quelli eh’ or fciolgo d’ amor pieni ,
E forle ultimi accenti . Il Trace ormai
Cuopre piani , e colline , un tempo grato ,
Or funelìo fpettacolo agli fguardi
Di Grecia tutta . Egli a la fine afeefe
Sul monte , che s’ innalza , e fignoreggia
Sopra r Eubea e più fopra di quella
Da me retta Cittade . In man de’ Numi
Sta r efito de l’ armi : e a noi non rella
Altro ajuto a fperar . Le amiche Navi
Hanno a pugnar col Mare infido , fatto
A loro afpro nimico . Ormai vien meno
In Calcide il vigor ; e ormai fi annienta
Ogni fpeme ne’ cor . A qual dellino
Io fia fcelto , noi fo . Il meno incerto
E' quel, che può troncar morte i miei giorni.
La cara Figlia , oh Dio F par che mi dica :
Per me quella incontrar lieto non puoi .
Sai pur che reco in quello Suol da 1’ Adria
Io la conduffi; e la cagion ne fai.
Si
f a ) Parte una guardia .
Primo.
^5
Si prevenga un gran mal. Un fol rimedio
Opportuno farà . Pili non s’ induggi .
Or Tu che de’ miei lumi a me pili dolce
E più caro mi lei , Tu folo puoi
Rendermi meno amaro il giorno eftremo.
Lue. Nei tuo voler, Signor, ftà il voler mio.
Eri^. Darai dunque a mia Figlia ora la mano,
E feco t’unirai in dolce nodo.
Lue. Teco per elòqui venni. Anzi andiam tolto
Ove compier fi denno i noftri voti .
EriX’ Andiam pria dalla Figlia , e pofeia uniti
Rivolgeremo verfo il Tempio i paffi .
Lue. Andiamo , andiam . Ma chi fen viene mai
Verfo di noi si in fretta ? E’ quelli Eurifo :
Confufo egli mi par. Forfè dal Campo
Qualche nuova ne porta .
SCENA V.
Eurifo , e Detti .
Eur. A Lmo Signore ,
Il gran Sultan Meemet ora col folto
Stuolo de’ fieri fuoi barbari Traci,
Tutto ecchessiando il Cielo al fuono orrendo
OO
De’ bellici ftrumenti , e ventilando
Bandiere , e 1’ arme lor tutte agitando ,
Empiendo 1’ aer d’ alti fragori , e grida ,
Primo fen vien ver quelle mura intento :
E diede ornai de la battaglia il fegno .
Erì^ S’ ora il dellin così permette , e vuole ,
Si fofpendin le Nozze . Olà , fi porti
Alcuno al Tempio, e al Sacerdote fia
Palefe il mio voler ( a ) . Il ben comune
Dee preferirli ad ogni ben privato .
Un
( a ) Parte una guardia .
Atto
TÓ
Un vero Cittadin deve mai Tempre
Tutte efporre pel fin del proprio Regno ,
Le ricchezze , 1’ onor , la propria vita ,
E de’ Figli il penfier fparger d’ obblio.
Lue. Signor, è ver. Ne le Città raccolti
Per r umano voler , per quel del Cielo ,
Tutti fummo in virtù d’ un ben comune.
E qualora per forza , o per inganno
Cel contraila crudel fiero nimico ,
Dobbiamo opporli , e ripulfar gl’ infiliti
Sacrificando ogn’ uno il Sangue ifteflb .
Ciò vuol natura, e cel permette il Nume.
Erix^. Invitti , almi Guerrier , fidi compagni
Ecco ornai giunto quel momento eftremo.
Da cui pende I3 mia, la gloria voftra.
In voi deftar vorrei 1’ almo nativo
Chiaro valor, che tante volte a 1’ Adria
Gloriofi riportò almi Trofei*
Ma viltà noi ricerca , e non ardire .
Tutti lieti vegg’io, e veggio in Voi
Effer pari il coraggio al voftro zelo .
So eh’ un defio i cuori voftri infiamma
Di vincer d’incontrar ogni periglio.
Su dunque, o valorofi , andiamo, andiamo
Con intrepido cuor frenare il fiero
Del fuperbo Ortoman barbaro orgoglio ,
Con cui già moflb ha il piè verfo di quella
Chiara Città , la cui felice forte
Solo dal volito invitto braccio pende.
Ma perchè in quello dì vieppiù fecondi
Sieno i nollri comun defiri ardenti /
Prima fi chiami in nollro ajuto il Cielo :
Che da si buon principio avrem buon fine.
Fine deh' j^tto Primo .
AT-
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA.
Si fannò fèhtir vari fcarichi di Artiglieria .
Meffo i
OH quali , e quante in quello giorno a noi
Ponno cofe avvenir funefte e atroci!
Il barbaro crudel fiero nimico
piè ornai principio alla fatai battaglia
E temo sì , che non potranno i noftri
'Refiftere al furor del folto ftuolo,
Che fpiétata minaccia ampia ruina .
Quindi óra folo -, e incognito dal lido
A quella parte il mio Nocchier m’invia >
Affin di ritrovare o Erizia , o Silvia .
Ch’ egli in cafo d’ alcun grave periglio ,
Colla fUa Earca , che a vicinà riva
Si afcònde -, pronto a lor darla lo fcampo 4
Però quella mi par , fe non ni’ inganno ,
Ch’ora fen vién verfo di me, una Donna >
Ah! sì, ella è Silvia/ la conofco al volto,
Ma . . . . lieta là veog’ io oltra ’l ufato .
Forfè ancor non faprà quel eh’ è di nuovo .
SCENA IL
1
ii ■ . ,
j Silvia j e Detto .
-
T^Onna gentil, ti fìa propizio il giorno <
S ilv. \ J Dimmi chi feiPche vuoi? cerchi qualcuno?
B ^ Mcff,
Mejf. Cerco di Te, cerco di Erizia ancora.
Silv, Ma tu chi fei ? Mejjl Io fon Meflb fedele
Di Ariftippo mio amico j e a te ben noto/
Pel cui voler in fretta or qui ne vengo .
Silv. Di quel Nocchier, che in quello afflitto fuolo
DaH’Adria ci condulfe ? Meff. Sì, di quello.
Silv. Ed ora dovè mai Egli fi trova?
Mejf. Colla fua Barca a una vicina riva .
SìlVé Egli faprà che al Tempio or or le nozze
Celebrar fi dovran tra Lucio , e Erizia .
Già agli applaufi comuni eccheggia il Cielo*
Mejf. Ah Silvia , Silvia ! la ragion non fai ,
Per cui in quello punto a te mi porti .
Silv^ Cos’è?dimmi ti priego.Me/.Il tempio è chiufo.
E quello che fi fente alto rimbombo ,
D’ incominciata pugna è certo il fegno
Trà il barbaro Sultano, e tra li nollrr.
Silv. Aimè! Chefento! Me/. E tu nulla ne fal^
SilVi Tutto m’è nuovo . E perchè quello ? e come?
Deh ! sì , mi narra j Mejf. Mentre agli Sponfali
Tutto di Erizio era il penfier diretto,
Sen venne Eurifo ad annunziarli in fretta
Che il fuperbo Ottoman già dato avea
Della battàglia il fegno ; ed era giunto
Vicino a la Cittade * Appena Erizio
La fatai nuova udì j che volle tutto
Sofpender ciò ^ che per feguir le nozze
Era già pronto ; e pofcia alTiem con Lucio
Andò qual Marte ad incontrar la pugna.
Di quello già per la Città fi parla ;
E teme ognun crudeli afpre vicende .
Ora il caro Arillippo a Voi mandommi ,
Perchè fe a cafo mai , che il Ciel non voglia^
Al gran poter de’ fieri arditi Traci
Secondo
Quefta Città per reo deftin cadcffe,
Montar torto portiate in la fua Barca
Che non lungi da noi colà fi afconde ,
Pei* ricondurvi alnien falve a la patria.
Silv. Caro Arirtippo mio, oh quanto grate
Ora ti fiam! Va, digli, e te ne priego ,
Di là non parta , e che ci attenda pronto .
Mejf, Dunque men vo, vi attenderemo , addio.
SCENA III.
Silvia .
Povera Erizia! or ne le Stanze afpetta
In pompa maertevole vertita
Con lieto volto, e con tranquillo core,
Lo Spofo , e il Genitor , per girfen poi
Colà nel Tempio , in cui il Sacerdote
Per unire gli Spofi in dolce nodo
Il momento attendea . Quel gran momento.
Per cui raflerenato il ciglio avea
La mifera infelice allorché il dolce
Inafpettato annunzio io le apportai.
Ed or che mai farò ^ dirle degg’ io
Che in oggi più non feguiran le Nozze?
Che il Tempio è chiufo, ed è fofpefo il rutto?
Che il Genitor, lo Spofo è al gran periglio?
Solo in penfarci un fier dolor mi opprime .
Ed Ella quando , eh’ or tutt’ altro attende ,
Querta udirà da me nuova fatale,
Che mai dirà ? Ma non sì torto ancora
Tutta perder dobbiam la nortra fpeme.
Inperfcrutabil fon dei Ciel gli arcani .
B 2
SCE-
Atto
'tt
SCENA IV.
Continuano gli fcharichi dì Artiglieria*
Eri'^la vejìita da Spofa.^ è Detta .
Eri':^. He fai , Silvia , qui fola ? ornai fon fianca
Di più afpettar . Il Genitor , lo Spofo
Ci attenderanno al tempio.Or dunque andiamo*
Ogni momento un Secolo mi fembra ( a) .
>S’//7;.Ferma,deh!ferma.(Ahi quanto io la compiango!)
Le Nozze ... Eri^. alfin faran compiute pretto.
Si!v. Il Genitor ... Lo Spofo...E>-/V.Èh tutti pronti
Fra gli applaufì comun faranno al Tempio.
Silv. Al Tempio or non faran. Er/^.Edove vuoi
Che fieno? 5’/7x;. Forfè effer potranno altrove*
£r/:^. Donde meda cosi ? fogni o deliri ?
Tu de’ tonanti bronzi il gran rimbombo
Millo non fenti col gradito fuono
De’ giulivi Strumenti ? Or quelli fono
Sicuri fegni di ben prede nozze .
Silv, Ah! per nozze non fon . ( Volefle il Cielo
eh’ Ella dicelfe il ver . Morir mi fento .
Nò , più tacer non pollo . ) Erizia cara ,
Il Tempio è chiufo, ed è Ibfpefo il tutto.
Ert^. E le mie nozze ? Silv. E le tue nozze ancora.
Eri^. E le mie nozze ancora ! Aimè ! che il fangue
Dal timor mi li gela in ogni Vena .
Dunque lo Spofo ... Il Genitor ... Oh Dio !
Narrami per pietà, che avvenne mai?
Si/v. Un MelTo , che fra poco io qui trovai ,
Tutto, mi dille, ha il Genitor fofpefo;
Per^
fa) Vuoi piitù'te .
Secondo.
2X
Perchè il Sultan Meemet ornai venia
Col fuo gran Stuolo ad aflaltar la Rocca .
Eiir^. Già fi moffe il Tiran ! Ora lo Spofo . ..
Ed ora il Genitor
Oh me .dolente !
Silv. Ma non darti si tofto al tuo dolore
In preda . Ancor non è compiuto il giorno.
Molto a fperar ci retta . Er/^. Àimè ! che fpeme
Aver più non pofs’io . Deh! Silvia, dimmi,
Del Genitor , e dello Spofo il Metto
Cofa ti ditte mai? Silv. Mi ditte ch’ambo
Con intrepido cor, con gran coraggio
Andaflero a incontrar i’Òfte crudele.
Si colà tofto vò portarmi anch’ io .
Ah caro genitor ! ah caro Spofo ,
In qual periglio mai or vi vegg’iol (a)
Silv. Erizia non partir * almen mi afcolta .
Dolce cofa non è perder la vita :
Quefta a noi diede e la Natura, e il Cielo.
E a la Natura , c al Ciel noi farem torto
QLialor dal grave oppreffe infano duolo
Dovrem di lei privarci. Il grande affanno
In cui or ti vegg’ io , ti fa dir tante
Cofe da me non mai più udite ancora.
Dati pace una volta . In quel periglio
Che tu credi , non fiam . Deh ! ti confola ,
SCENA V.
Eurifo , e Dette .
Eur. Rizia, Silvia, andiam , fuggiamo tofto;
E procuriam di rintracciar la via
Che noi da quello Suol lungi ci guidi .
/ B 3 Er/t-
(a) Mojlra di partire .
^2
Atto
ì
'Eri^ Aimè ! che avvenne mai ? E«r. E tali, e tante
Cofe funefte , che il penfier non puote
Tutte raccor, non che a voi dirle appena .
A ndiamo , andiam * poiché qualunque indugio
Or la propria ad ognun vita minaccia .
Il Genitor dov’ è ? dov’ è lo Spofo?
Siì'u. Deh ! qualche cofa almen tofto ci narra .
Dimmi , forfè dal Campo ora ten vieni ?
Tur. Volefie il Ciel che là fìato non fofli.
Eyix^. Parla, parla, ti priego* il tuo tacere
Crefeer il duol mi fa . E«r. Giacché volete,
Anzi a farvi parola mi sforzate ;
Quanto vidi efporrovvi in brievi accenti.
Nella pianura efterna appena giunto ,
Qual rapido Torrente il fiero Trace,
Che al noftro Baloardo oppofe ardito
Orribil , fpaventevole Frontiera.
Ecco improvvifo il Ciel tofto fi ofeura
Di denfa polve* e al crepitar de Tarmi
L’ aere tutto rimbomba . Indi fi fente
Sul Baloardo , oh Dio ! e tale , e tanta
Grave, e fpeffa piombar grandin di foco,
Ch’egli fi atterra, e fi riduce in polve.
Quindi come talora e folta, e denfa
Nebbia n’appar; così de’ Traci un Stuolo
Si vidde ad aflaltar prima lo fpalto.
Indi difeefa la coperta ftrada ,
Tentò aflalire il Baloardo ifteflb.
Chi forte colle man poggiando al Muro
Groffe trave tenea , chi lunghe Scale ,
Chi fu. quelle afeendea , c chi fu quefte ,
Chi aggrappandofi al Muro, e infin la fchiena
Molti curvando , T un falia full’ altro *
Ma più volte da’ noftri i fieri affalti
Fur
S E C O N O O .
2?
' Fur ripulfati: € ne’ crudeli attacchi,
Oh fpettacolo orrendo ! il Sangue oftile
Tanto innondò, che fi coperfe il Suolo.
Ma poiché coi frequenti , e pronti ajuti
Riparava le perdite il crudele ,
E a noi r interne ognor for2;e mancava *
Al gran poter dell’ Ottomano ardito
Il Baioardo , aimè ! più non refifte •
E foccombere alfine egli dovette .
Brì^. Silvia , ove fon ? Soccorfo , ajuto. 5’//r.Taci
. Ti priego , e ftiamo udirne il fine . Siegui,
Bur. Quindi qual ftragge , oh Dio! TOfte fuperb^
Fece de’nofiri, no, dir noi pofs’io.
Dirrovvi fol , che due almi guerrieri ,
Nella battaglia al fuol rimafti eftinti ,
|j Ahi forte ineforabile, fpietara !
i Furo tagliati in più minuti pezzi . (a)
Bri^. Son forfè quefli il Genitor , lo Spofo ?
I Bur. No,che vivono ancor .Er.Di lor che avvenne?
' Bm. Eran quelli al di fuor della Cittade ,
Che con tal gloria difendean lor podi ,
Che faceano in vederli invidia a Marte,
Ma per neceffità quefli lafciati ,
Dovettero portarfi entro la Piazza ,
Che al gran Sultan quanto poteo fi oppofe ,
Ma di guerra mancato ogni foccorfo ,
Perduta ogni fperanza ; Erizio, e Lucio
Caddero Schiavi alfine; e la Cittade
Del fuo deflin dà in forfè; e ornai vacilla.
Il Genitor ... lo Spofo ... Oh Dio che fento!
Tutta d’un gelo il fen l’alma mi cuopre ,
Mifero Genitor! mifero Spofo!
E dove fiete ? aimè ! palpito tremo
B 4 Mo*
^ a ) Giovanni BoniumUro , e l^edovico Calba ,
A T T a
Morir mi fento . Voi tra’ jfieri artigli
Del barbaro Sukaa- cadefte ? ed ora
Che mai farà di voi? Sarete, oh Dio !
Vittima efpolfi in facrificio orrendo.
E vivo ancora? Oh vane mie fperanze !
Folli lufinghe ! Ah ! sì , pur troppo il core-
QLiefti prediffe a me cafi crudeli .
O voi tutte del Cielo ingrate ftelle,.
Sempre sì congiurafte a danno mio .
Ora farete del mio mai contente.
Aimè. Morte ove fei? Deh! vieni, vieni ^
De’ miei mali fia quello il giorno ellremo .
Sìlv. Coraggio , Erizia ^ anzi penfiamo tollo
D’evitar colla, fuga altri perigli;
Ed Eurifo., fecjel ne fia di Icorta .
Eiir. Deh ! non perdjam più tempo; e qualche via
Infra la T urba vii confufi , e miili ,
Alcuno ci darà fcampo ficuro .
^ilv. Or mi fovvien che là , dove fi fcorge
Quel nudo fcoglio , è pronta ad una. riva
La Barca d’Ariftippo, il qual ci attende
Per fin della comun nollra l'alute .
Sì mi diffe quel Meffo. Al nollro duolo
Rechi la fuga, almen qualche conforto ,
Eur. Andiamo torto; e sì felice forte ,
, Che a noi benigno il Ciel largo deftina
Non trafcLiriam . Che a’ danni nortri il tempo, ^
Quanto s’ invola piu tanto congiura .
Ed io venir non voglio . Il caro Spofo
Il genitor così lafciar non porto,
Vò rivederli; e fe pur fono, in vita,
Vò con loro rertar. Con lor yogl’ io
Tutti nitri foffrire i mali miei .
Meco vederli, allor oh quanto! oh come!
Secondo. zf
Mi allevieranno il duolo, e i miei martiri ,
IVten volo lofto, Silvia Eurifo addio, (a)
Sih , F'erma , Erizia, ti priego , ed or m’afcolta.
Dunque tu andar vorrai fra le catene
Barbare avvinta, e a l’Ottomano orgoglio
Indi vederti ftrafcinata innante
Quale d’ Ircana Selva orrida fiera ?
Cangia il penfier. Che coll’amato Spofo,
Col caro Genitor perdi te fleffa .
Con noi rimanti amica ; a 1’ Adria in feno
Ritornerera fottratte a quei perigli,
Ch’or minaccia il deftin contro di noi .
Là tranquille fpirando aure di vita.
Sperar pocreni di riveder lo Spofo ,
Il caro Genitor liberi, e fcioki
Da quei lacci, ond’or fon, raiferi, avvinti
Salva dunque te fteffa; e reco tutti
Salverai gii altri ancor. Deh! cara, andiamo.
Eurifo ... Silvia ... ah! ch’io mi perdo.Il piede
Mi contende la via . Il cor mi fpinge
Dove più dir non fo . Dal duol fon vinta.
Si in voi dunque confido, e ovunque andremo,^
Voi mi guidate i paffi tardi, e lenti.
Silv. Andiamo , andiamo , eh non temer , mia cara.
Ewr. (Felici noi! che U Ciel tanto ci ai'ridt?)
( a ) vuol partire.,
Fitfe dell' Atto Secondo .
AT.
^s
ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.
Ibraim con feguito de Gianni^^srì .
GRan fangue il mio Sultan miferamente
Sparge in quello ora vinto afflitto fuolo!
E tutti perchè mai Schiavi piuttofto
Gl’inimici non far? Quefti col tempo
Al publico Cafnà col ior rifcatto
Potrian tanta portar fomma di foldo ,
Che manterria una ben arolTa armata ,
Il foddisfare un appetito infano
Spinto da rea barbara paffione,
E' inumana follia, è un cieco errore.
Finalmente noi fiam Uomini tutti *
Se di diverfa fè , ciò nulla importa .
Non diflingue Natura un Uom da l’altro .
Il titol di Sovran , Congiunto , e Amico
Non dee ofFufcar la mente a’ fpirti forti .
Nell’Uomo , il ver s’ammiri , il giullo , e l’equo ,
Se quello mio Sultano altro non lente
Stimolo nel luo cor , che tirannia ;
Quello non prova già , che tutti noi
Siamo al pari di lui fieri , e tiranni .
Sì; di Meemet in quelli accenti io parlo ;
Nè fia che alcun li fpreggi , o li derida .
Lodare il bene , e biafimare il male ,
E' dritto di ragion , lo vuol natura .
Quanto dolor, quanto fpiacere io fenta
Nel veder fieno donne , o fien fanciulli
Cader per le fue mani ellinti al fuolo ;
Dir.
Tèrzo.
27
Dirlo non poffo , c da i’orror pavento.
Chi fa quei ch"ei farà di quello Schiavo,
Che di quefte Contrade il fren reggea?
Or mi fovvien , che mentre fummo ai Campo,
Detto ci fu da occulta gente , e fida ,
Che in quefto dì folenni , e chiare sozze
Dovean fra la diletta illuftre figlia
Seguir di Erizio con un certo Lucio ;
Chi fa quello di lei ne avvenne mai?
Forfè il Sultan coll’altrui fangue fparfo
Qiiello anche avrà dell’ innocente Spofa .
Ma .... effer potria cogli altri fchiavi al Bagno.
Dicon fia bella * avrei piacer vederla .
Ma fi cangi il penfier , ch’ora il Saltano
Bieco guatando , e torbido fen viene .
SCENA II.
Meemet con feguho de Gtanni'^ri ,
Ofman , e Detto .
Meem. T^Immi Ibraìm , perchè sì mefto in volto?
jL/ Quai torbidi penfier volge tua mente ?
Vedetti come in un momento folo
E' quefta Rocca in mio poter cadùta ?
L’ immortai valor mio , le mie conquifte
Ti fien d’efempio, e ad imitarmi impara.
Ah! della terra infetto vìi tu fei.
Domar le genti, e roffeggiar il fuolo
Col fangue otti! , chi ardito tenta , al tempo
Gloriofo confacra eterno il nome .
Alla forza , al piacere , a quel che giova
Dee fol penfar chi vuol ficuro il Trono.
Il ben , il mal dall’ oninion dipende *
In-
28
Atto
Indifferente è nell’ oprar Natura .
Dimmi , cos’ hai ? Ibr. Signor , il tuo valore
Lodai mai Tempre , e quanto più ammirai .
Se torbido , e confufo ora ti fembro ,
Ciò fol provien da meraviglia interna.
Che per le tue vittorie il cor m’ingombra^
Ti renda pur vieppiù felice il Cielo,
Per ben di Te , dell’ Ottomano Impero .
( Finger convien con si crudel Signore . )
Metm. E che ha da far il Ciel colla mia forza ?
Sei pur fciocco , Ibraim , e come il vulgo ,
Vuoi Tempre a parte d’ogni cola il Cielo .
Quello ferro è il mio nume ; e a me Natura
Quello prodiga diè braccio tremendo,
Perchè il valor previde al nafcer mio .
Sol felice è colui che nulla teme *
E tutto ottien ciò che ’l fuo cor defia .
Dimmi , in qual parte mai ponefli Erizio ?
Ibr. Là nel bagno , o Signor.Meem^Parmi che voce
Folfe nelle mie tende al Campo fparfa
Ch’una fua Figlia affai vezzofa , e bella ,
Dar dovelfe di Spofa oggi la mano.
Ad uno che da i’Adria ei qui condulTe .
Erizia è il nome fuo. Di lei che avvenne?
%bY, Guari non è che il tuo penfiero illeffo
Mi cadde in mente • e a dirti il ver , credea
Che nel fuo fangue ancor, per tuo diporto»
L'inltancabil tua mano immerfa avelli .
Meem. Quante donne palTar per quello ferro .
Alcuna agli occhi miei bella non parve.
Che fe cotal beltà , qual di collei
Ovunque io giri il piè , fama rimbomba ,
Tratta avelie la forte a me dinante •
L’avrei nel mio Carèna coll’altre donne .
Ibr,
Tèrzo.
29
ìbr. Dunque fuggita , oppur nel Bagno fìa.
Meem. E ben, facciam cosi* Tu, Ofmano, andrai
Con cento tuoi Spai girando ovunque
Per quello vinto Suol . Qualora gente
Fuggitiva vedrai , la prendi, e tofto
Spronando il tuo Dellriero, a me la nuova
Veloce porterai (a). Or or qui voglio
E lo Spofo ed Erizio . Io vado intanto
La CircalTa a' trovar. I cenni miei
Tu già udirti , Ibraim , tu li efeguifci *
SCENA III.
Ibralm *
SI conducano a me torto gli Schiavi , (b)
Sazia ancora non è 1’ orrida fete
Ch’ ha di Sangue cortui ? ah ^h’ io preveggo
Mille ftraggi in un punto ! Oh qual pietade
Mi dertate nel fen Schiavi infelici !
Non ha legge il Tiranno , e fol delia
Ciò che li detta ognora il fuo furore.
Chi fa , che vendicato il Ciel di lui ,
Noi faccia un di pentir de’ fuoi delitti «
SCENA IV.
Erì:^io , è Lucio incatenati , e "Detto *
Erìz. /^"XUel che pocanzi fu il Rettor di queliaj,
Ch’ora iangue cotanto afflitta Rocca;
Benché li cinga il piè ferrea catena ,
Col
(a) Òprnano . pam
( b ) Parte una guardia . /
Atto
30
Col core a te fen vien libero , e fciolto .
Parla , che vuoi da me ? Ibr. Le tue virtudi
Tutte, Erizio , mi fon note abbaftanza .
Applaudo il tuo valor, ti ammiro, e pregio.
Lue. Quai fenfi di pietà nutre coftui ? ( a )
Quanto è giufto il Vifir ed ama il bene;
Tanto inuman crudele è il gran Sultano.
Ihr. Cercar fe’ il mio Sianor di voi due foli .
O
Nè credo già per farvi oltraggio alcuno .
palefe ad ognuno il fuo furore .
S’ Egli anche Morte a noi vuol dar, già fiamo
Di chinar pronti al fuo volere il capo.
Ibr. Gran magnanimi cor ferbate in feno!
Dimmi Erizio, ti priego, io fon ficuro.
Che non m’ingannerai; poiché l’inganno
E' contrario a l’onefto, al giufto , e al vero .
Sai tu dov’ or la figlia tua fi attrovi ?
E perchè mai di lei tu mi ricerchi?
( Voleffe il Ciel che inafpettata morte
Sottratta al fuo dolor oggi 1’ avelfe ,
Anzicchè di vederla in fra gli artigli.
Del rio Tiran languir mìferamente. )
ìbr. Perchè fe occulta in alcun luogo folfe.
Andrei pigliarla , e al mio Carèm condurla?
Che fe per reo cadrà fatai deftino
Nelle barbare man del fier Sultano ,
Nè, a lui piacendo, il genio fuo fecondi;
Cadrà vittima efangue al fuo furore.
Lue. ( Ahi cara Spofa 1 ahi dolce mia fperanza!
Colla fuga ti folli almeno tolta
A quello, in cui noi fiam fiato fatale ) 1
Ecco il Sultan che vien .
SCE-
(a) Erizio,
Terzo*
SCENA V.
Meemet ^ e Detti ,
Ibr^ OIgnor , qui fona
Pronti gli Schiavi ad ubbidir tuoi cenni*
Meem. QLial è Erizio tra voi ? Er/V. Signor , fon io.
Meem. Superbo disleale * un grande ardire
Neir opporti tu avelli al voler mio.
Il, cieco tuo vedrà sfrenato orgoglio
Qual degna avrà da me giuda mercede .
E perchè allor , che mi vederti a fronte
Della Città col mio gran Stuol d’armati,
Che cotanto ne teme il Mondo tutto ,
Senza contrarto alcun non ti arrenderti ?
Eri^. Vuole natura, e vuole ogni altra Legge,
Che, quanto puote, TUom difender debba,
Sacrificando infino il Sangue irtelfo ,
Quel che li diede e la ragione , e il dritto .
Meem^ Or quel che per ragione , e dritto averti
Soccombere dovette al mio valore .
Fu voler del deftin , voler del Cielo.
Mtem. ^ Eh che il Cielo , e il deftin fiamo noi foli.
E quei , cui il Mondo ftolto il culto preda,
Degli uòmini fon tutti pretefti
Per imprimer nel vulgo un vii rifpetto
E un infano timor, da cui intereffe
Tragon’ erti e piacer; fenza di quelli
Sana la focietà qual Nave fpinta
Da’ venti in alto Mar fenza Nocchiero .
E ritornando 1’ Uomo al primo Stato ,
. Seguiria folo i naturali impulfi .
Ìmc. ( Oh! crudi fenfi, barbari, inumani.)
Meem»
Atto
Meem. Io fo, che in quello dì per tua figliuola
Fefieggiar fi dovean nozie folenni .
Di lei , dimmi , cos’ è ? Forfè non era
Teco fin ora in quello luogó iflefib ?
Era qui meco, e poi doveni lafciarci ;
Meem. Ah ! mentitor , di lei che non faprai ?
50 che nafcofla in qualche parte fia.
Ma ovunque ella fi alconda j o prélio , o tardi
51 troverà : nelle mie man la voglio .
J.UC, ( Lungi ti guardi pur benigno il Cielo);
SCENA V'L
Ofman , e Detti.
I^Uor delle Mura, almo Signot , fra pòco
Tre che volean fuggir pronto arredai ;
Meem. Olà , tutti partite ; e in tua cudodia
Sieno per or quedi fuperbi Schiavi (a) .
Ibr. I cenni tuoi fopra il mio capo io pòrto, (b)
Eri'^. ( Chi fa mai chi faran quedi infelici . ) (c)
Ah Figlia mia! quanto mi premi il core!
Lux. ( Povera Erizia ! Oh Dio ! poteffi almeno
Pria di mOtir faper ove tu fei ! ) (d)
SCENA VII;
Meemet , e Ofmam ;
Mfem.TT^Immi, quedi chi fon?0/»w.Non li conofcd.
f y V i fon due Donne, ed evvi nn Uomo an»
cora ,
Una
Ca.) a Ihraim , ( b ) Parte . ( c ) Parte <
( d ) Pane .
Terzo.
3S
Una dì quefte al portamento , e al volto
Non par che fia di comun Sangue , e vile .
Meem. ( Se folTe Erizia , Oh ! ne farei contento.)
Al tuo apparir , fero contrailo alcuno ?
Ofm. Si diero tolto a noi veduti appena ;
Ma colei , che dell’ altra è affai più bella ,
Con fommo ardir, con alma forte, e altera,
Crudel , mi diffe , s’ or tua preda io fono ,
E fe mi cingi di catene il piede ,
Te non teme il mio Cor , morte non cura.
Meem. Le domerò ben io sì fiero orgoglio.
E coltoro ove fon ? Ofm. Sono in cultodia
De’ miei Spai dalla Città non lungi.
Io fpronando il dellrier qui giunfi il primo
Per recarti , o Signor , pronta la nuova .
Meem. Dove giugner dovran , colà li attendi *
E appena giunti a me tolto li guida.
Ofm, Vado pronto efeguir quanto m’ imponi.
SCENA Vili.
Meemet .
SE foffe Erizia almen quella infedele*
Oh! qual piacerne avrei. Dicon fia bella,
Se ella piace al mio cor, in quella giorno
Ter fpofa la vogl’ io ; e il primo luogo
Sinché il genio , e l’ amore in me fi ferba ,
EH’ abbia nel Carèm fra 1’ altre Donne .
Fine dell* Atto Ter^S'
AT-
G
H
ATTO Q^U ARTO
SCENA I.
Eri'^ia y Silvia y ed Earifo in Catene y e Ofntati
con feguito di Spai,
Ofm. T L gran Signor mi ricercò chi fiete .
J- Coraggio, Amici, e palefiamli pure.
Quelli che fiam lenza timore alcuno .
Erizia io fon, di quel Rcttor fon figlia.
Che di quefte Contrade , ora infelici ,
Ebbe pocarzi il bel governo in forte.
Oftn. E Tu chi fei ? Stìv. lo Silvia fondi Erizia
Sin dalle fafeie ognor collante amica.
Eur. Ed io Eurifo il Capitan di guardia.
OJm. Or tutti di Meemet Schiavi voi fiete .
Eri:^. Tali però non fiam col noflro cuore.
Barbaro laccio alcun quello non teme.
Ofm. Se al mio Signor con tanto ardire,e orgoglio
Rifponderai , egli pentir faratti .
Eri^, Noi fiam figli dell’Adria ; e per le vene
Quella infonde ad ognun quelle virtudi ,
Che non temon perigli , e llraggi , e morte.
Onde fe reco in cotal modo io parlo ;
Udini donde il mio parlar proviene .
Ofm, Prello vedraflì il tuo valor qual fia ,
E come finiran quelle tue ciancie.
Sllv. Di Erizia il gran coraggio i’ non vorrei
Che a noi fofie cagion d’ellremi affanni . (a)
Eur. Ammiro come in un medefmo tempo
Abbia una paffion cangiata in altra.
Siigli.
( a ) Ad Eurijò .
Q_ U A R T O .
Silv. Saggia fempre direfle i fuoi penfieri
Come Volle ragione, il tempo ^ e il luogo,
Ofm, Ecco il Saltati che viene . Ora , faperba,
Cangiare io ti Vedrò favella , e Jlile .
SCENA II.
Meemet , e Detti .
( quelli.
gli Schiavi fon ? Ofm. Signor, fon
_ Ecco Erizia,ecco Silvia, ed ecco Eurifo.
Meem. Per ora , Ofman , fermati qui in difparte (a)
( Per dir il ver , mi par collei sì Ijella ,
Cui fimil Donna ancor non viddi mai .
Sì , cV è degna di me , dell’ amor mio . )
Soli così a quell’ ora ed in qual parte
Fuor delle Mura il piè voi drizzavate ?
Per fuggir da tue man barbare, e crude.
Meem. Quelle più dolci fon di quel non credi.,
( Si foffra pur quanto lì può cofhei . )
Ma sì facil non era il fuggir voflro ,
Poiché di quello Suol qualunque parte
Era da’ miei guerrier cinta , e guardata .
Eri^. E pur libera , e aperta al nollro Scampo
Vi fu chi ne dettava
ognor
la via,
Sìh. Non vorrei che Arillippo ella accuialfe. (b)
Eur. Lungi da noi farà forfè a quell’ora.
Meem. Dimmi chi fu quello fuperbo , e altero ?
EriX: Fu quel che ognun nutre nel fen collante
Almo valor, con cui n’ andremo lieti ,
Qualora ardito alla ragion ti opponi ,
Là dove quel degli Avi ornai n’attende.
Meem. Non credo no, che tu privar mi voglia
C z Del
(^a ) pirrte . ( b ) Silvia ,
Atto
J1
Del tuo bel cor .Or del mio amore un pegno,
Càe grato ti farà , darti vogl’ io .
Olà , Ofman , dove fei ? Ofm. Son qui Signotv,
Mcem. Si fciolgano ad ognun quelle catene, (a)
Più miei Schiavi non fon.En;^.Fa quel che vuoi..
Già paleft mi fon le tue lufmgtie .
Sìtv. Non mi par sì crudcl quello Sultano
Come r credeva . Or mi confolo alquanto .(b).
Nulla ci credo ancor . Sono i Tiranni-
Come le Volpi , che non cangian pelo .
Meem. Sperar pofs’ io thè la cagion mi fpieghi
Per cui ti mollri a me cotanto altera ?
T’ inganni ben , fe di addolcirmi credi
Con quelli tuoi sì lufinghieri accenti .
Non ti rammenti ancor ciò- che facefti ?
Ahilchein penfarlo io tutta agghiaccio, e rremoi.-
Meem. Per quella Barba , e pel mio capo io giuro.
Che non fo nulla, e che innocente fono.
E’ già palefe a ognun quanto fei reo ,
E quanti, oh Dio! per te travagli, e pene
Or fcffriran tanti innocenti , e tanti .
Sìlv. Vuoi, Signor, ch’io ti fveli il fuo penfiero?
Meem. Dimmi , qual è ? QLiella gran gemma è tua.
Eur. Non opporti al Tiran.jri/x;.Mi guardi il Cielo.
Si potrebbe irritar contro me ancora .
Io pronta fon di compiacerlo in quello .
Al caro Genitore ed allo fpofo
Tutto il penfier ora le volge in mente.
Meem. Ofman jO/wj.Sig.Mee.Dal mio Vifir va tollcs;
E in confegna a te dia quelli due Schiavi (c).
Ora, Erizia , vogl’ io che ti confoli.
Verrà fra poco il geniror con Lucio.
Er/^.
( a ) SI feloìgono . ( b ) Ad .
( c ) P/ìì'te OJma/ìo ,
0,0 A R, 'T «
ir
Er/\. II genitor vedrò! vedrò lo Spofo !
Meem. Il genitor vedrai ,• ma non già quello
Che fperi effer devria oggi il tuo Spofo .
Eri^. Che Lucio ancor verrà , non mi dicevi ?
Mscm. Tel diffi,è ver; ma non ch’ei fia il tuo Spofo,
Eri‘^. Ch’ effer dovefli in dolce nodo avvinta
Col caro Lucio , fu prefcritto in Cielo .
Msem. Ed or vogl’ io che tu ne prendi un altro .
Eri^, No, non fìa ver, ch’altri giammai ne prenda.
Meem. Olà , fuperba , il mio voler già udifli;
Si dia fine una volta al tuo garrire,*
Non ti ahufar di me ; Tuo Spofo io fono .
Saranno in quello giorno in tuo potere
Cittadi immenfe, ampie Provincie , e Regni,
E a te da T immortai mio augnilo Trono
Dando afilo di pace al Mondo intero ,
Tributaria faran , Scettri , ,e Corone .
( Oh Ciel ! che Tento mai ! nulla fi tema. .
Eh! coflanza o mio cor , foffri , e coraggio.)
Il dolor eh’ io ne avrei d’ effer tua Moglie ,
•Fora piu grande affai di quanti immenli
Regni potelìì aver, Scettri, e Corone.
Meem. Stanco ornai fono ! A le mie chielle nozze
Difponti, Erizia, e ad ubbidir t’apprella.
SCENA III.
Ofmart con Erixjo , s Lucio in Catene , e Detti ,
Erìzio [ Rizia col Sultani Oh dio! che vedo.)
Lue. ( 51a Non fog no Io già, la cara Spofa è quella.)
Ofm. Ecco, Signor in tuo poter gli Schiavi.
Ah! caro Genitor, ah! caro Spofo
Lafciate che vi abbracci , e che vi Ilringa
G 3 Stret-
A r T o.
Stretti nel fen , ficcome il cor defia.
Già inorù vi credea.. Oh qual piacere
Nel vedervi mi fcorre or per le verie!
lErhJo E come mai fra quelle man cadefti?
Erir^. Troppo lunga, e dolente, oh dio! faria,^,
Se tutta efpor la Storia vi dovefli .
Lue. Deh ! per pietà ti priego , amata Spofa ,
Narraci quel , che puoi . Oh quanto lungi
Da quellò afflitto Suolo io ti credeva !
Meem. Della mia toleranza , e del mio amore
Troppo abufafle ; ho già fofferto affai
Eur. ( Ora incomincia a rifcaldaiTi, il Sangue.),
Silv. ( Li dalfe almen qualche parola Erizia,
Che potefle' addolcir quell’ alma audace. )
Meem. Piace, Erizio ,al mio Cor quella tua Figlia..
Erì'^io ( Qual mitrafigge,oh Dio ! barbara nuova. )
Lue. ( Piace Erizia al Tiranno ! Oh me infelice ! )
Meem. Voi dunque , a cui la libertade io dono,^
Per quello vinto Suolo ovunque fciolti
D’ ogni catena al piede ora n’andrete.
Olà , fi fciolga ognuno (a) E meco Erizia.
Là nei Serraglio in dolce nodo avvinta ,
Lieta i fuoi pafserà giorni tranquilli.
Tu che padre le fei, tollq le imponi
A chinar pronta al mio volere il capo .
Tutto intanto a difpor vado il Serraglio,
Perchè in quella , che il cor tanto defia
Gran pompa di piacer , nulla ci manchi .
Quando opportuna poi 1’ ora parrammi •
Olman qui fpedirò con fcelti Eunuchi
Erizia a ripigliar , onde condurla
Nel mio Carèm colla Circalfa affieme;
E s’ era quella a me fra 1’ altre Donne
La
fa) Sè^fcì»ig072Q .
Q. tl A R T O. 5^ ^
La più diletta un di per mio volere
Darà pronta alla Sj'ol'a il primo luogo .
Udirti il defir mio ; nè fia che alcuno
Compiacerlo non voglia . Erizia , addio .
SCENA IV.
Eri^o y Erì^iaj Lucio y Silvia y ed Eurifo.
JEri^io "rXImmi , Figlia, deh ! dimmi, e quando mai
, J Tanto di te quefto Tiran fi accefe?
ErÌ7^. Fiflato appena in me lo fguardo altero,
Che in amorofi , e non più uditi accenti
Sciolfe la lingua , e mi bramò Tua Spofa .
Eri^jo E tu qualora i crudi fenfi udirti
Quale pronta ne defti a lui rifpofta ?
Che per voler del Ciel Lucio è mio Spofo.
Erii^io Ed ei? Eri^. Che un altro in quefto dì vuol
darmi
Spofo miglior di lui . Sìlv. Oh qual periglio,
Oh quanta ftragge a ognun oggi fovrafta !
Erizio Deh ! Figlia , non temer . Se a danno noftro
Tutto congiura il Ciel ; foffriam coftantì
Con intrepido cor gli l’prezzi , e 1’ onte ,
E quante il fier Sultan minacele avventa .
Solo felice è un alma allor che lieta
Incontra de’ fuoi dì T ultimo fine.
Ti balli dunque il rammentar chi fei .
Quefto è quel, eh’ i’ delio. Vano faria
Qualunque a te ne daflì altro configlio.
Eriz> Vedrai quel ch’io farò , fe al mio volere
Quefto crudel fi oppone . Un alma invitta
Non teme il fuo furor , morte non cura.
Lue. Oh come il tuo valor , la tua coftanza ....
C 4 . . SCE-
40
A T T O
SCENA V.
Ofman con Eunuchi^ e Detti *
Rizia, andiam , che il gran Signor m’invia
XL Con quefti del Carèm diftinti Eunuchi,
Perchè torto t’unifci alle altre Donne
Che nel Serraglio rtan chiufe , e guardate .
Sily. ( Oh quante cofe in querto dì preveggo ! )
Eur. (Ah? che fcampo per noi più non vegg’io.)
Er$x^. Ecco, Padre diletto., ecco ornai giunta
L’ ora . fatale , in cui vedrafli quanto
Del barbaro Ottoman tema il mio Core.
Caro Padre, ti lafcio; quale affanno
Senta in lafciarti , oh Dio ! no colla lingua
Spiegar noi fo , nè immaginar tu il puoi .
Così vuole il dertin, convien lo fegua
Erixjo Barta, Figlia , non più . Tronchiamo alfine
Querti ertremi congedi . Io ti fon padre .
Ai molli mi potria teneri affetti
La natura chiamar. E ornai mi fento
Or dei , Figlia , partir . Al rio furore
Cortante io pur fommetterò il mio collo.
Del tenero amor mio T ultimo pegno
Querto folo ti fia (a), mia Figlia, addio.
Lue. Dunque più non farai tu la mia Spofa?
Ed or fra querte andrai orride tigri
Ad incontrar , aime 1 ogni periglio ?
Dunque , mio ben , ti perderò per fempre ?
Deh!Lafcia,Erizia mia...O/?w.Son ftanco al fine;
Più non s’ induggi , il gran Signor m’attende,
Eyì^.. Io già pronta ti feguo : andiamo pure .
Pa«
( a ) L’ abbraccia ,
Quarto.
41
Padre , Lucio , Silvia , Eurifo , è giunto
Il gran momento , in cui lafciar vi deggio.
Non pili amara per me doglia vi prema .
Udrete predo il fin de’ miei tormenti .
Voi feguire il mio efempio. E poiché il Cielo...
Aimè ! Non fo che dir . Convien eh’ i’ parta .
Addio Patria, Congiunti, Amici addio.
SCENA V J. ^
Erii^io , Lucio , Silvia , ed Eurifo .
Silv. ( H sì che ai tronchi, e ai duri fallì ancora,
\ E a quante ha Libia in fen Tigri crudeli
Defterebbe pietà quella infelice . )
Eur> ( Pria fi vedran per gli erti monti i pefei,
E a nuoto andar per l’ampio mare i Cervi,
Ch’ altra virtù fimi! giammai fi fenta . )
Eri^io Ahi ! che pur troppo il gran dolor mi oppri-
Già parmi di veder la cara Figlia ( me.
Da quel fiero inuman , da quel Tiranno
I dilprezzi foffrir collante, e Tonte.
Volelfe il Ciel, che a lei pronta fcaglialfe
A fuo piacer la morte! Almen fottrarta
Fora agli affanni fubi , e ai fuoi martiri.
Lue» Chi detto avria , che alla mia dolce Spofa,
( No che tal più non fei * nè tale mai
Per me più noi farai ; ahi cruda forte ! )
Chiaro efempio dell’ Adria , un sì fpietato
Barbaro fin preferitto oggi ne folle !
SCENA VIE
Meemet y Ofmaa ^ e Detti.
A rta ciafeuno, e fien coflor condotti
Xi DalVifir, cui dirai ch’or qui Tattendo .(a)
^ 5
Ent-
42 Atto
Eri:<\ ( T urbato , oh Dìo ! mi par il fier Sultano.
Il colpo è fatto , il colpo atroce,, e rio.
Mifera Figlia mia ; ahi cara figlia! ) (b)
Lue. ( Aimè! Crudele» Ah! ti ravvifo al volto;
E’ già palefe a ognuno il tuo delitto.
Or che vi refta più, fielle perverfe ? ) (c)
Silv. ( Oh quanti ancor funefti feempj io veggo! );
Eur. ( Di tante ftrane non vedute ancora
Fiere vicende qual farà mai il fine ? )
SCENA Vili.
Meemet , indi Ibvatm .
Quella fuperba Erizìa ai miei voleri
Oftisiata maifempre oppor fi vuole;
Ma molto non andrà eh’ ella non debba
O il fuo penfier cangiar , oppur per quella
Forte braccio dar fine ai giorni fuoi .
Ibraim , Ibraim , deh prello corri .
E dove fei ? Che fai ? Ibr. Ecco Signore
Che ricercato appena a te ne vengo.
( E che cofa di nuovo ha mai collui,
Che torbido mi pare, e affai confufo! )
Meem. Efe^uifei ben tolto ì cenni miei .
1 ^ * • •
In due parti fegato Erizio fia ;
E in quello luogo a me pofeia fi porti
Con Zendado coperta in un bacile
Quella metade a cui Ha unito il capo.
( Men vò da Erizia un’ altra volta ancora ;
Forfè , chi sà ? che il Padre fuo veggendo
Segato in un bacii , tollo non cangi
Il fuo penfier, e il mio voler fecondi? )
SCE.
(b) Parte, (c) Parte.
(a) Parte OJ'mano ,
(Quarto.
SCENA IX.
Ibraim fola.
QUalor quello Sultan nel fangue umano
Le ingorde man non tìnge, oh quanto fre-
E quanto duol l’affligge ! Il fuo furore ( me ,
Lo accieca sì , che in lui giammai non fcuopro
Raggio alcun fcintillar d’alma ragione.
E perchè dove ei prème il fuol non s’ apre
Per ingojar così fatai genia ?
Ora compir degg’ io , ma con qual core
Dirlo non fo, gli orrendi cenni impofli ,
Tremar mi fan ; e che di Erizio ancora
Morto vuol far? nè la ragione intendo
Perchè la fua metade in un bacile
Coperta di Zendado in quefto luogo
Deggia pofcia portar. Ahi! fier Tiranno,
E che peggio puoi far che darli morte .
Pili barbara non v’ è cofa inumana
Che il vendicarfi contro i morti ancora ,
E di te , Erizìa , oh Dio ! che farà mai ?
11 tuo mifero flato oh come io piango!
Ma trattenermi qui più non pofs’ io .
Poiché cagion di qualche grave affanno.
Benché innocente, a me faria 1’ indugio.
Con sì fpierato , e sì crudel Signore ,
Tutti fìamo in periglio* e vuol narrra,
Ch’ogni faggio Nocchier drizzi il timone,
Siccome il vento fpira, e folchi il Mare ,
Fine delP Atto Quarto ,
C 6
AT-
"44
ATTO QUINTO.
SCENA PRIMA.
Sì fk apparire il Carèm ovvero Appartamento
fornito di Soffà,
, e Fatima con Jeguito di Schiave .
^ìf. T^Ovrò dunque ubbidir la nuova Spofa
_i V Io che del gran Sultan la pili diletta
Era pocanzi, e che ogni donna pronta
Sì nel Serraglio , e fuori a me inchina ?
Che fola io fon di quello fuolo il lume?
Fatima non fia ver. Ora la fronte
Chinar non voglio a una fuperba Donna ,
Schiava, vile, orgogliofa , ed infedele.
Fat. Il noftro Orientai almo coftume ,
Certo non vuol che ad altre donne mài
Il luogo nel Soff^ ceder tu devi
Sinché te fola il gran Sultan defia ;
Ma qualor fon palefi i fuoi voleri ,
Si dee chinar al fuo piacer il capo .
Oh quante volte io viddi a’ giorni miei
Qui nel Carèm chi’l primo luogo avea ,
Non curate palTar al fello , e al nono !
Dal piacer del Sultan tutto dipende .
E' ver che a lui piace la Schiava affai ^
Ma fo che l’ amor fuo coflei non cura .
Aif. Quel che ricufa il felfo imbelle , e accorto;,
Ben fpelTo col fuo cor brama , e delia .
Donne tutte noi Camo; e delle donne
L’ arti tutte fapiam , pare che in noi
II
Q U ì M T o .
43
Il finger , T ingannar Tempre s’ annidi .
Taf. Ma pollo ancor^ che in quello dì le nozze
Deggian feguir , benché lo creda in vano *
Credi forfè che ognor del gran Sultano
Fia per la nuova Schiava il cor collante?
S’ inganna sì , fe la tua mente il crede .
Ama ciò che non ha 1’ alma talora ;
Ma quando è in fuo poter ciò, che delia.
Più non lo cura ; anzi lo fprezza , e abborre.
Jlif. E’ tutto ver. Dunque foffrir degg’io
Che, mentre il gran Signor per quella ingrata
Arder nel fen fi fcntirà d’amore.
Come r altre farò donne foggetta
Del baffo vulgo, non curata, e vile?
Per il noRro ti giuro almo Profeta
Ch’ una Circaffa , un’ alma forte , e invitta.
Un tal non foffrirà torto giammai,
E di veder piuttoRo innanzi agli occhj
Spettacolo sì orrendo , e sì crudele •
Immergerò nel fen della rea Schiava ,
Indi nel mio , queRo ganzar che porto .
Tat. Circaffa fono anch’io* nè tanto ancora
Dal furor mi vedeRi unqua acciecata .
Aif. QueRo provien dalla tua vecchia etade;
Che quali fpento ha in te tutto il calore .
Fat. Ma fe ho imbiancato il crin, curvato il capo.
Non creder già , che non mi Tenta anch’ io
Scintillare talor d’ ira , e d’ amore .
Soffrir non fol , diflimular conviene .
Se in queRo giorno al ^ran Signor ti fcuopri.
Incontrar tu non puoi che affanni , e penne.
Infelice è colei , che a ognun palefa
Tutti i penfier che va volgendo in mente*
Onde gli anni paffando , i giorni , e 1’ ore
Col
i
4*5
Atto
Col deludere l’ arte alfiern coll’ arte ^
Si fecondi mai Tempre il genio altrui .
SCENA IL
Meemet , e Dette .
Rizia ov’è? ^ff. Là , dove la lafciallu
ìsfieem.xlà quella. Stanza a me torto fi guidi (a).
E che la nuova a voi Schiava ne dlfie ?
Jlif. Anzi la Spola tua dir ne dovrerti .
Meem. E tale oggi farà purch’ ella voglia .
Mf. Vorrà, vorrà, benché ritro fa il nieghi.
Fat. Oh qual innerto mai non più veduto
Ancora il tuo farà col fuo bel core !
( Bifogna andar Tempre fecondo il vento.)
Meem. Allora fbl farò contento appieno .
SCENA III.
Frìgia , e Detti .
Erii(. I^Arla, che vuoi , non mhntendefti ancora ?
J7 II tuo infame vedrà sfrenato ardire
Come fra poco foddisfare io voglia.
j^if. Odi quai fenfi altier fciolge cortei (b).
Fat. Che 1’ Adria ancor nel femminile feffb
Sì gran coraggio , i’ non credeva mai ,
E cotanto inlonderte almo valore ,
Meem. Se fovente il mio cor ti cerca, e brama,
Quello è fegno d’amor: di quell’ am ore
Che nel mio feno il tup bel volto accefe .
Aif. Se ti fovvien , lo flefib a me dicerti
Qua-
(a ) Parie ma Schiava. (b) ^ Fatima.
Quinto.
47
Qualor la prima volta in me fiffafti
Lo fguardo tuo. Perciò non ti credei.
Ed ora con piacer chiaro difeuopro
Quanto il tuo amor ne fofie finto allora.
Fat. Cara Aiffè , per pietade io ti {'congiuro
Poni a quefto tuo ardire un qualche freno.
^if. Qualunque agl’ anni miei freno difdice,
E un rilToluto cor quefto non paté .
Meem. S’ ei flato foffe tal com’ or tu penfi *
Fra r altre del Carèm donne diftinte
Scelta giammai per Spola i’non t’avrei.
Canoiando oggetto l’Uom, non cangia amore:
O o D ' O 3
Di cui fempre è fedei, femore è coftante.
Or taci alftn . Teco gracchiar non voglio.
Tu fola Erizia mia , tu fola lei
Quella che farmi può felici i giorni .
Andiam dunque ti priego, andiamo, o qara
Là dove la gran pompa ora ci attende
•Per fefteggiar le defiate nozze .
Ed oh quanto piacer oggi ne fente
Nel mirarti mia Spofa , e fua Regina
Tutto col noftro Impero il Mondo ancora !
Se quefto il Mondo oggi vedefte , oh Dio!
Orribile , crudel , calo funefto ,
Direbbe , e con ragion , che degna io fono
D’ogni pili infame fuo vile difpregio.
Erizia io fon , e fon dell’ Adria figlia .
Fat. . Mi dice il cor , che dei Sultan tu fola
Il più gradito oggetto ancor farai, (a)
Jtf. Già nel mio fen par che refpiri il Core.
Meem. Se Erizia fei , fe fei dell’ Adria figlia,
Nulla di ciò mi cal , nulla ci penfo .
E che dunque vuoi dir ? rifolvi ingrata .
O che
( a ) ad Aiffè ,
Atto
_4«
O che Spofo mi vuoi , e fei Regina •
O che inimico , e allor perdi la vita .
Teco finora in dolci accenti io fciolfi
Tutti pieni d’ amor la lingua , e il core.
Ritorna tofto alle affegnate Stanze ,
E là penfa , e ripenfa al tuo deftino .
Meco farai un’ altra volta ancora .
E quella del tuo ardir 1’ ultima fia .
Voi altre pure al quarto voftro andate.
( Un fol momento ancor coftei fi foffra . )
SCENA IV.
Erì-^ia , Aijsiy e Fatima.
Eri^. Ql sfoghi pur contro di me coftui .
^ E ch’altro mi può dar fe non la morte?
Quella brama il mio cor • fol quella attendo.
Qual vilfi ognor, tal vuol ragion che muoja.
No non fia mai cofa che polla ad una
Lieta pareggiar morte gloriola .
./f//. D’ un ellremo piacer fcorrer mi fento
Per ogni fibra , e per le vene il fangue .
Già morirà collei • Io fon contenta.
Fat. Tel dilfi pur, che con pazienza, ed arte
Tutto fi ottien. Il fangue ancor ti ferve.
E quella è la cagion che tu non vedi
Quel che a me fa veder la vecchia etade.
Sebben degli anni il grave pefo io fento.
Credi forfè che anch’ io piacer non abbia ,
Che in me pure talora il gran Sultano
FilTando il guardo fuo d’ amor mi parli?
Quanto biancheggia più fui capo il crine ,
Tanto crefce il defio ; ma il poter manca .
Or.
49
Q_ U r N T ò .
Orsli dunque . partiam : che il gran Signore
Di ritirarci impofe, e nelle noftre
Stanze di quefta udrefxio altera Schiava
Quale il deftino fuo fine prefcriffe .
jfìf. Andiamo pur.F^J.Più non shnduggi^andiamo*
SCENA V.
lètaim con Gìannif^^eri ^ uno de quali porta in un
\ Bacile il Capo di coperto di Zendado.
ECfco ornai giunto Erìzio al colpo efiremo.
Cui 'Con tanto valor fommife il capo ,
I' Che ognun dallo ftupor vinto rimafe»
Ahi quali fon de’ miferi mortali
Le innafpettate orribili vicende !
SCENA V,
Meemet , e Detto .
1
IJ^Ompifti il cenno mìo? Dr.Eccoquì pronto
Coperto nei bacii di Erìzio il capo.
Meem. Voglio anche morto ora veder coftui. (a)
E' quello il fin di chi fuperbo , e ardito
IAlf Ottoman s’oppone aimo valore.
Dimmi , qualor li prefentafti al petto
L'acuto ferreo, e ben degno ftrumento
Di quefto ingrato , ed infedel mio Schiavo*
In quali accenti mai fcioìfe la lingua?
J[&r. Invocò pria il gran Rettor del Mondo*
E pofcia a quanti furo a lui d’intorno.
Se vive 5 dille , mia Figliuola Eriiia ,
Dei
(a) Si /copre il Badie.
Atto
50
Del che teme il mio amor, prego eh’ ognuno
La fottragga ai fuo duol , morte le dia .
E Torme mie feguendo , ella fen venga
Pel camiti della gloria , e della pace .
Meem„ Crede coftui che morti ancor dovranno
Aver gli Uomini altrove o premio, opcna.
Quello è un penfar di mente fciocca , e vile,
Ibr^ ( Ahi barbari , fpietati , atroci fenfi ! )
Meem, Dunque morta egli vuol oggi fua Figlia!
Il fuo defir foddisferò ben prefto.
A un qualche Eunuco quel Bacii fi dia",
E nelle Stanze mie egli m’ attenda . (a)
Intanto ora ad Erizia a far men vado
Del tenero amor mio T ultima prova ,
SCENA VII.
Ibralm .
PArmì già di veder quell’alma invitta
Soggiacere collante al colpo orrendo.
E che pofeia diranno e Silvia , e Lucio
Qualor la rea n’ udran nuova fatale ?
Ornai quella fapran del prode Erizio .
Poiché tollo.ad ognun già fi palefa
Qualunque del Sultano opra malvagia.
Miferi ! ahi quanto io vi compiango tutti !
Aflìlletemi oh Numi ! E giacché fono
Nel procellofo mar, non fate ch’io
Del vollro almo poter giammai difperi ,
SCE-
( a ) Sì preferita ad un Eunuco it Bacìi , e parte .
^ «
Quinto,
5t'
s cena vili.
Si fa apparire il Garèm .
Meemet con. un "Eunuco che porta il Bacile ,,
indi Eri^a .
QU'i fui Soffà qiiefìo bacii fia porto .
Si chiami Erizia,e a me torto ne venga. (a)
Corone le promifi , e Scettri , e Regni ;
A lei facrificato avea il mio core,
eh’ era il maggior di tutti gli altri doni ;
E ognor piu ingrata è verbo me cortei ?
Forle il bacii le cangierà il penfiero .
EriX: Quefta dunque farà 1’ ultima volta ,
Che tu c hiamar mi fai • onde ti dica
Ciò che penfai , ciò che di far rifolfi ?
Quefto ti dirti è ver : Ora ti fpiega .
Eriz. Qual mi fpiegai finor , fon tale anco ra .
Meem. E)unque da me morte tu vuoi fuperfaa ?
Sì, venga pur; fe morte fi può. dire
Paflar lieti da quefta a miglior vita ,
J^eem. E qualor le mie man nei fangue immerfe
A te n’ avrò ; credi tu forfè , infida ,
Che alcun dolor ne fentirà il mio core ?
Se lo credi , t’ inganni ; e fciocca fei .
Mira ciò , che pocanzi , e con piacere
pi cui maggior altro non ebbi ancora ,
Impofi al mio Vifir, e ciò, che fece, (b)
Er/!^. Che veggio aimè ! del Genitore il capo ?
Ahi fpettacolo orrendo ! ahi cruda forte I
Mancar mi fento ... Mi fi agghiaccia il core ...
Soc-
( a ) Parte /’ Eunuco -* ( b ) .y/ fcuopre il Bacii ,
Atto
Soccorfo... ajuto ... Oh Cicl ! più non refluo, (a)
Meem. Svegliati, ingrata , or cangierai penfiero.(b)
E in qual ptirte ora fon ? Sogno, o vaneggio?
Ahi caro Genitor .... Sogni, e deliri (c)
Eh no quelli non fon , nulla pavento .
Ahi ! barbaro , crudel , fiero , inumano !
Forfè eh’ io ti compiaccia or crederai ?
Che per timor il genio tuo fecondi ?
Anzi nel feno mio niaggior coraggio
Un si chiaro m’imprime illuftre efempiò .
Ecco tutto avverarfi in quello giorno
Ciò , che pocanzi a me l’ alma predilTe .
Lucio ove fei ? E dove Silvia , Eurifo ?
Tutti venite ad ifpecchiarvi come
Del genitor l’ orme ne fegua anch’ io .
Meem. Se paga ancor non fei veggendo Erizio;
Ti giuro sì, fe al mio voler non chini
Or pronta il capo, e il mio piacer fecondi*
Il fio nè pagherai tu ftelfa ancora .
Erìx; Eccoti pronto il capo; e lopra lui
Ne piombi tutto il tuo crudel furore .
Meem. Di tante tue ripulfe ornai fon fianco;
E poiché tanto orgoglio , e tanto avelli
Ardir di opporre il tuo al mio volere.
Quello ne fia il guiderdon tuo pari . (d)
Olà, fi porti al mar quello vii corpo
Di cui ne faccian lauta menfa i pefei. (e)
Così compia i fuoi dì chi altiera tanto i
Volle mai fempre ricufarmi amore ,
SCÉ-
(a) Cade fui Sojfd .
( b ) Preferita alle ì^arìci del Mufehio ,
( c ) Sì alza infuriata .
( d ) L’ atterra con un colpo di ^ciahìa .
( e ) 5"/ prende il Cadavere ,
Q U I N T O .
s?
SCENA IX.
ìbraim .
PAr che mi dica alcun,che ornai il Sultano
Abbia a Erizia fcagliato il colpo orrendo»
Or che li refta più ? efler potria
Che contro Lucio, contro Silvia, e Eurifo
Altra crudel ne faccia afpra ve;ndetra .
E quando mai verrà quel di felice ,
In cui fi vegga il fin di tanti guai?
Deh per pietà , voi che reggete il Cielo
Toglietemi la vita, e lieto io moja ,
Anzi che orrende, e maggior ftraggi io miri»
Ma forfè ... E chi sà ancor, che il gran Sultano
La Virfude veggendo alma di Erizia ,
Non fi muovi a pietà , benché ciò fia
Contrario al naturai fuo fier coftume ?
Il non vederlo in quefta parte ancora ,
Mi fa fperar quel , che il penfier mi detta .
SCENA X.
Ofman , e Detto .
Ofm. T^Atal nuova,o Signor.Br.Dimmiche avven-
Ofm. X Eftinta dal Sultano Erizia al fuolo ( ne.
Improvvifo mi chiama ; e ’l colpo orrendo
Mentre mi narra , ecco egli ftelTo cade
Piombando fui SofFà , nè più parola
Gli efce di bocca, e fpira l’alma altrove.
Ibr. Santo Nume del Cieli Oh quali , e quante
Cofe fentir degg’ io oggi inaudite !
Fu
54 A T T Ò
Fu fupremo caftigo . Imputi! mai
Reftan per quanto dilungar fi ponno
L’ opre nefande . Avreni miglior delfino .
Guidami intanto Eurifo , Lucio ^ e Silvia . (a)
SCENA X L
Ibraim .
Ibr. /^Ompiute fono ornai 1’ afpre vicende.
^ j Chi fiede al Trono, ognor fida ^ e collante
Abbia Ragion. Al genio ^ ed al collurne
De’ Popol non fi opponga i Ognuno al bene
Già tende per naturai Arti, Commercio ^
Scienze, e premj fon d’ ogni Governo
Fonti da cui Felicità dipende i
Mifero è quel che non 1 intende , o fprezza.
Il mio Sultano altro piacer non ebbe
Che d’ uman fangue fatollarfi j e ’l vallo
Impero dilatar. Ma a che Cittadij
Selvaggi incolti Regni , ampie Provincie
Prive di gente , e fol di fiere ingombre ^
SCENA XII.
Gfman , Lucio , Silvia , 'Eurifo j e Detto .
Ofm. fJ.'^Cco qui pronti a’ cenni tuoi gli Schiavi^
^ Intera libertade ora a voi dono ;
E andate ovunque il vollro cor defia .
Eur. ( Queflo è quel che finor Tempre bramai . )
Silv. ( Oh momento felice, e fortunato! )
Lue. Ma poiché a noi , Signor, quello concedi
Del bell’ animo tuo pegno gradito ,
eh’ una grazia ti chiegga ancor permetti.
Ibr.
^ a ) Ofrttan parte ,
Quinto.
55
ìbr. Parla, che vuoi? Da me tutto otterrai.
Lue. Giacché Erizio foggiàcque al rio Tiranno»
Lafcia ch’Erizia sì, v^tìga con noi .
Ibr. Qiiefta non può venir . La eftinfe al fuolc
Con un colpo di Sciabla il fier nimico;
E quello pur d’alto voler fupremo
Mentre ad Ofman narrava il fatto atroce ,
Improvvifo fpirò l’alma agitata.
Lue. Aimè : che fento ! Erizia ... Erizia è morta?
Pace più non avrò . Che far degg’io?
Ahi , qual nuovo dolor , Eurifo , Silvia ,
Tutto lo fpirto in fen m’ agita , e ingombrai
E«r. Quanto fpiacer ne fenta anch’ io non poflb
Colla voce fpiegar . Ma non s’ induggi
Più il partir nollro ; e quello a ognuno Ila
Fra tanti guai d’ alcun conforto almeno.
Stl*u. Chi detto avria che un’alma grande, e illullre
Schiava perir tra quelle man dovelfe ?
Ritorniamo fra’ nollri* e con llupore
Oda ciafeun lo Urano alto prodigio .
Lue. Povera Erizia ! Oh quanto io ti compiango.
Per te fola qui venni à compier quelle
Da noi cotanto defiate Nozze;
Ed ora fenza te partir degg’ io ? ^
Ahi fallaci lufinghe ! ahi mie fperanze!
Grati Signor ti fiamo : e ovUnque andremo
Efaltando il tuo Cor , conte e palefi
Farem di quello dì l’afpre vicende.
Onde ciafeuno apprenda e lieto ammiri
Il coraggio , e ’l valor de’ veri Eroi ;
E ammiri pure il gran poter di quello
Che giullo regge , e da cui pende il tutto .
FINE.
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